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venerdì 30 aprile 2010

Per me questo è stato il primo viaggio umanitario. E' stata una delle esperienze più emozionanti della mia vita e scriverne è difficile. Soprattutto è difficile mettere ordine nel miscuglio di sensazioni, ricordi e riflessioni e offrirne una panoramica comprensibile. Ma ci provo lo stesso. Innanzitutto: le emozioni della partenza. Tento di anestetizzarle queste emozioni, perchè un po' mi spaventano. Mi spaventa il fatto che non so bene cosa aspettarmi, conosco a malapena i miei sei compagni di camper, con cui mi aspettano 2350 km di convivenza, per non parlare degli altri partecipanti al convoglio, di cui quasi non so neanche i nomi. Non so cosa troverò al mio arrivo, cosa dovrò e cosa potrò fare, quale sarà il mio posto in tutto questo. Sono spaventata e quindi non ci penso, lascio che il giorno della partenza arrivi (la notte prima non chiudo occhio) ed eccomi qui. Ed ecco il viaggio, e la sorpresa, perchè quasi subito nel nostro camper si crea un'atmosfera bellissima, di complicità, sostegno e comprensione reciproca. I due giorni di viaggio passano in un attimo e il tempo rimane accelerato per tutta la durata della nostra permanenza a Gomel.
E' difficilissimo sintetizzare quello che ho vissuto lì. L'impressione iniziale è stata quasi di sollievo, perchè tutto sommato il centro della città assomiglia a un qualsiasi centro mitteleuropeo, tanti ragazzi sono vestiti come noi, per le strade sfrecciano auto costose e quasi niente parla di povertà e dittatura. Ma a un'occhiata più attenta le differenze ci sono, eccome: basta svoltare in una stradina laterale, allontanarsi anche di poco dalla via principale ed ecco che si balza all'indietro nel tempo, e ci si scontra con una realtà quasi inimmaginabile. Nei paesini poi il contrasto con la "nostra" abitudine è ancora più stridente. Casette di legno, stradine sterrate, carretti trainati da cavallini, sembra di trovarsi in un romanzo di Dostoevskij, non fosse per gli inquietanti cartelli gialli e rossi che segnalano le zone contaminate da radiazioni, e per i camion che compaiono ogni tanto.
L'emozione più grande però, è quella che regalano i bambini che visitiamo. Lo stupore e la gioia con cui assistono ai giochi dei clown è la maggiore soddisfazione che ci potessimo aspettare, soddisfazione anche un po' egoista, perchè ci fa sentire un po' importanti, un po' più fieri di noi di quanto fossimo prima. Almeno, per me è stato così.
Ed è anche per questo che è difficile tornare a casa: una volta tornata alla mia vita di tutti i giorni mi assale una profonda tristezza. Rifletto su quello che ho qui e su quello che ho avuto lì. Tante cose mi sembrano inutili, superflue, persino fastidiose, quasi offensive nei confronti della povertà che ho visto. Mi mancano gli sguardi di gioia e gratitudine, le attenzioni e l'affetto della famiglia della mia bambina (la bambina che ho ospitato a dicembre e che tornerà ad agosto), mi manca la sensazione di stare facendo finalmente qualcosa di utile (per quanto limitato) per il mio prossimo. Ma la tristezza e il senso di colpa (penso sia quasi inevitabile sentirsi in colpa per l'abbondanza in cui viviamo, una volta che si è assistito alla miseria) sono attività sterili: di certo le mie lacrime non cancelleranno le ingiustizie del mondo. Però posso portare sempre nella mia mente quelle persone, le loro casette, i loro carrettini, e continuare a impegnarmi perchè non vengano dimenticati e l'ingiustizia venga, poco a poco, risanata. Per quanto possa sembrare in'esagerazione, questo viaggio ha veramente cambiato la mia vita, perchè ha cambiato il mio modo di rapportarmi con essa. Sono grata per aver avuto questa occasione, e non vedo l'ora di partire per il viaggio umanitario del prossimo anno!
(Irene)

giovedì 29 aprile 2010

VIAGGIO UMANITARIO CONCLUSO


Siamo tornati dal viaggio umanitario.
Quest'anno è stato particolarmente intenso, gratificante, interessante ed è andato oltre ogni aspettativa.
La presenza dei clown di corsia ha dato un valore aggiunto al viaggio ed ha allegerito le situazioni che a volte risultano imbarazzanti ed emozionanti. La loro collaborazione ci ha permesso di entrare con discrezione ed allegria in ospedali, scuole, case-famiglia, portando un po' dio buon umore e di speranza. Non sempre sono sufficienti gli aiuti materiali: a volte aiuta molto l'aiuto morale.
Abbiamo avuto l'occasione di incontrare il ricercatore dell'istituto Belrad che ha eseguito di fronte a noi le misurazioni ai bambini dopo la terapia con Vitapect: hanno perso circa il 50% delle radiazioni accumulate!
Ora proseguiamo il nostro cammino con un più entusiasmo, gurdando avanti con fiducia!